LA FUNZIONE SOCIALE DELLE ARTI MARZIALI

Viviamo in un mondo di specialisti, dove chiunque svolga un’attività deve essere il più possibile incanalato in un’area settoriale di ciò che fa. Non è molto diverso per lo sport e la performance atletica. Per quanto ci venga consigliato di far fare attività fisica ai ragazzi, indirizzandoli verso sport di squadra per aiutare la socializzazione e la collaborazione o verso il nuoto per aiutare lo sviluppo fisico si pone sempre un problema connaturato allo scopo quasi unicamente agonistico dello sport giovanile.

Non c’è nulla di sbagliato nell’agonismo, anzi, imparare a mettersi in gioco, a prendersi delle responsabilità, ad avere il controllo delle proprie paure e a saperle convertire in maniera utile e produttiva è fondamentale per un essere umano, ma chiaramente l’agonismo non è per tutti: ciò è dovuto a fattori fisici, atletici e ovviamente anche caratteriali, ma anche al fatto che l’iter di alcune attività, soprattutto in età adolescenziale, prevede solo uno sbocco di quel tipo, sia per chi le fa, sia per chi le allena. Lo scopo del gioco è solo ed esclusivamente fare delle gare e vincerle.

Ora, per quanto nella vita si abbia bisogno e spesso si ricerchino anche inconsciamente delle regole, per quanto l’aggregazione extra familiare passi giustamente e necessariamente anche dallo sport è possibile che un’esclusione o una dimostrazione di inadeguatezza, oppure una richiesta di specializzazione troppo precoce induca i ragazzi ad abbandonare precocemente le proprie attività?

O che la ricerca di uno scopo “altro” dalla pratica in sé possa non essere il desiderio di tutti i praticanti attività sportiva?

Ci piace pensare che il karate e le arti marziali in genere rappresentino un’eccezione, dove l’attività è proiettata innanzitutto verso se stessi e che spesso l’assenza di rigide logiche federali dovute allo sparpagliamento dei vari enti possa in tal senso essere un vantaggio per chi non sia fisicamente o psicologicamente pronto in maniera immediata all’agonismo, oppure non sia dotato di quel quid in più senza il quale sarebbe escluso da altre attività nonostante una passione personale.

La misura ce la dà il fatto che chiunque possa iniziare a praticare anche in tarda età e che, anche chi in contesti più standardizzati sarebbe senza dubbio un escluso, nella pratica di un’arte marziale potrebbe senza dubbio trovare una sua “Via”, nella miriade delle possibilità che essa offre, e forse anche pensare di dedicarsi all’agonismo, senza per questo doversi sentire inadeguato se non si sente pronto o se è già in età adulta.

Ci piacerebbe anche pensare che questa sia una linea comune a tutti i praticanti.

Sappiamo che non è così.

Ci rende felici sapere che per noi non lo è.

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Ci occcupiamo di arti marziali e di promuovere l'attività fisica nella nostra città, e ce ne occupiamo bene.

Pubblicato il 16 ottobre 2013, in Senza categoria, Testimonianze con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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