Archivio mensile:giugno 2014

Un anno di Kdefence

Kdefence o Karate Defence, ad ogni modo un metodo con un fattore “K” molto elevato, che ha dato ha dato vita per il gruppo Kimasa nell’ultimo anno ad una serie di progetti felicemente riusciti.

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Il metodo, molto intuitivo per chi lo pratica, va a lavorare con persone “normali”, quelle che non hanno un’attinenza professionale con una possibile minaccia, come possono essere le forze dell’ ordine o le forze armate. Il metodo tiene sempre presente il contesto socio – culturale e legale nel quale agisce, senza mai dare una falsa percezione delle proprie capacità individuali. Tutto questo si traduce in un acronimo utile alla pratica, che viene ribadito durante tutti i corsi, e cioè: “ A.P.R.” Attenzione, Prevenzione, Reazione.

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Nell’ estate del 2013 abbiamo cominciato a testare il metodo con la difesa personale per le insegnanti delle scuole pubbliche, ha avuto un grande riscontro e anche una discreta efficacia, una delle partecipanti ha infatti dovuto mettere in pratica quanto recepito durante le lezioni, sventando un tentativo di scippo ai suoi danni, senza mettere in pericolo se stessa o altri e, soprattutto, reagendo seguendo un istinto molto semplice, che abbiamo tentato di condizionare durante gli incontri effettuati. Poi ci siamo dedicati ad una serie di incontri di difesa personale aperto a tutti durante l’inverno, fino ad arrivare alla difesa per i nuclei familiari, dove abbiamo permesso all’intero gruppo familiare di ritrovare le dinamiche del “branco”, e i principi della difesa di gruppo.

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Finalmente, in primavera, ci siamo dedicati al nostro progetto più soddisfacente: un corso per la gestione dell’aggressività dentro le scuole.

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Il corso si è svolto su incontri programmati durante l’ orario scolastico nell’arco di quattro mesi, presso l’ Istituto G.B. Valente, nell’ ambito del progetto “IO SO DIFENDERMI DALLA VIOLENZA”, dedicato alle classi terze della scuola media e voluto fortemente dalla professoressa Sonia Orlandi, che avendo partecipato ai nostri corsi ha ritenuto di dover introdurre alcuni dei nostri principi nella formazione scolastica.

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Al corso hanno partecipato un centinaio di ragazzi suddivisi fra le varie classi, che oltre a dover comprendere come sfruttare le possibilità date loro dalle proprie capacità intellettive e motorie, si sono spesso soffermati a riflettere sulle possibili conseguenze legali e personali legate alle proprie azioni: infatti il nostro obiettivo è stato quello di introdurre un concetto di difesa legato all’educazione civica, secondo il quale, per disinnescare un bullo, non bisogna crearne un altro più aggressivo. Naturalmente un grande merito va ai Maestri e Docenti Nazionali ASI, che hanno svolto un ottimo lavoro, Matteo Pratellesi, Chiara Carotti, Mario Carlini e Fabio Pietroletti, laureando IUSM.

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Il prossimo appuntamento sarà il 21 giugno, presso la palestra XC1, che soprattutto nella persona del suo proprietario, Marco De Santis, è sempre sensibile a questi argomenti, e si tratterà di un incontro gratuito di due ore, dedicato alle donne, per focalizzare i principi di una corretta reazione alle aggressioni fisiche. La necessità di questo incontro nasce proprio dal riscontro molto positivo avuto da parte delle ragazze della Scuola Media Valente, molto ricettive all’argomento autodifesa e molto coscienti della necessità di avere una presenza di spirito tale da mantenerle sempre sicure di loro stesse.

Non mancate e restate in ascolto!

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L’Evoluzione delle Regole del “Gioco”

Da quando alcune fra le Arti Marziali sono state inserite dal Comitato Olimpico Internazionale (C.I.O.) nella lista degli Sport Olimpici, tutta una serie di cambiamenti ha iniziato a prendere forma, e i regolamenti di gara hanno dovuto per forza di cose adattarsi a tutta una serie di requisiti che, in circostanze non sportive o non olimpiche, venivano ritenuti superflui. Di pari passo con la modifica dei regolamenti si è sentita quindi la necessità di modificare il livello di formazione/aggiornamento della classe arbitrale e di conseguenza la preparazione/aggiornamento del personale devoluto alla preparazione degli Atleti. Il settore Karate non è stato da meno e, da quando ha proposto la propria candidatura al C.I.O., questi cambiamenti sono partiti in prima battuta proprio dai regolamenti e dalla formazione, per proseguire anche con un messaggio di fruibilità e comprensione del Karate, anche per un pubblico non di settore. Il Karate tuttavia non è digiuno a momenti di profondo cambiamento “formale”: tornando indietro agli anni ‘30 e ‘40 ci accorgiamo di quanta strada sia stata percorsa, anche a livello di apertura mentale, ma anche di quanto gli obbiettivi siano rimasti sempre gli stessi, infatti ad esempio nonostante il Karate fosse già all’interno del sistema di istruzione universitario giapponese e che alcune forme di competizione nel combattimento libero fossero già praticate, tra il 1940 ed il 1941 per tutta una serie di motivi storico – sociali il M° Funakoshi proibì le competizioni e addirittura minacciò gli allievi di essere espulsi dallo Shotokan se vi avessero partecipato. Successivamente grazie a Tsutomu Ohshima, che capì la necessità delle competizioni per attirare l’attenzione del pubblico anche al di fuori delle Università, si ebbe la creazione di un sistema d’arbitraggio con due arbitri e quattro giudici agli angoli, per evitare discussioni fra competitori, per imporre più rispetto verso gli arbitri e per dare una migliore immagine del Karate al pubblico. Negli anni questo metodo di arbitraggio a livello internazionale ha subito sempre più cambiamenti passando dapprima a soli due Arbitri, di cui uno “specchio”, più un “Arbitrator” esterno fino a tornare nuovamente, negli anni recenti, alle “origini” con un Arbitro centrale coadiuvato da quattro Giudici di sedia.

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Chi osserva oggi un incontro di Kumite sportivo o una gara di Kata, difficilmente riuscirà a trovare corrispondenza con le competizioni della stessa tipologia rapportate a vent’anni prima. Si può quindi sostenere che nel settore Arbitrale, e di conseguenza in quello sportivo – agonistico, il Karate negli anni ha subito dapprima un’evoluzione che ha portato poi ad un ritorno verso quella che era l’origine, tentando di mantenere intatti i principi che da sempre lo hanno guidato.

Ovviamente, nel momento in cui vengono fissati dei “paletti” per il corretto svolgimento di un’ attività, si viene a creare la necessità di identificare una figura, esterna ai contendenti, che in primo luogo conosca questi “paletti” e che poi sia in grado di saper gestire lo svolgimento delle azioni in maniera obbiettiva, senza favorire nessuna delle parti in causa. Questa figura viene normalmente chiamata Arbitro o Ufficiale di Gara.

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L’Arbitro, salvo qualche esempio deviante, riveste da sempre una posizione di importanza secondaria all’interno di una competizione proprio perché normalmente i riflettori sono puntati sugli Atleti; nonostante ciò la sua presenza è fondamentale: senza di esso nessuna gara o competizione sportiva potrebbe essere disputata, è vero anche che la figura dell’Ufficiale di Gara è da sempre una delle meno giustificate del mondo degli sport: lo si critica, ma difficilmente lo si elogia anche se sotto la sua guida l’incontro si è svolto con regolarità, spesso proprio perché si ritiene che quello sia semplicemente un suo preciso dovere, dimenticando che l’errore è purtroppo seppure esecrabile quantomeno possibile, trattandosi di esseri umani che giudicano altri esseri umani.

È proprio questo uno dei motivi per cui in tutte le realtà agonistiche si punta sulla professionalità delle classi arbitrali ed è ormai universalmente riconosciuta l’importanza della formazione nel settore arbitrale a prescindere da quale disciplina si pratichi, è per questo che i vari corsi hanno durata variabile in base alle complessità dei regolamenti e degli argomenti trattati all’interno degli stessi. Per quel che riguarda le arti marziali e nello specifico il Karate, nella stragrande maggioranza dei casi l’Ufficiale di Gara è un praticante (o ex – Atleta) più o meno giovane (ma comunque maggiorenne) che alla data del corso di formazione sia in possesso del grado minimo di Cintura Nera. Altri requisiti che mano a mano vengono acquisiti quasi meccanicamente con il tempo sono: la sicurezza nell’applicazione dei regolamenti studiati, l’esperienza nel gestire le situazioni ed un buon colpo d’occhio per poter vedere e valutare le varie tecniche portate dagli atleti; poi ci sono le qualità che non tutti gli Ufficiali di Gara riescono a sviluppare come ad esempio: la passione nel ricoprire la carica arbitrale, la professionalità per poter dare il meglio e riuscire quindi a tutelare i diritti degli Atleti ed ultima ma forse si tratta della qualità più importante di tutte, l’obbiettività nell’esprimere il proprio giudizio. A queste vanno inoltre aggiunte una grande pazienza e una dose non indifferente di autocontrollo.

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La risultanza più logica di questa continua evoluzione dovrebbe essere anche il costante aggiornamento da parte dei vari Insegnanti/Istruttori/Allenatori/Maestri. Purtroppo non sempre questo assioma trova riscontro nella realtà di tutti i giorni, infatti spesso in gara, soprattutto nelle leghe minori, ci si trova ad affrontare situazioni, a volte anche spiacevoli, dove gli Atleti, forti degli “insegnamenti” ricevuti, non sono in grado di comprendere per quale motivo vengono sanzionati e valutati in maniera negativa durante una prova, oppure addirittura squalificati. Si viene quindi a creare il problema di avere una classe arbitrale aggiornata, che va a “cozzare” con una classe di atleti che purtroppo è totalmente disinformata sul regolamento e di conseguenza sui criteri di giudizio applicati per la valutazione delle prove. Colmare il “GAP” che si viene a creare tra Atleti ed Ufficiali di Gara in teoria spetterebbe proprio a quelle figure che, per definizione, dovrebbero Insegnare/Istruire i propri Atleti nel migliore dei modi al fine di effettuare la migliore prestazione possibile. Troppo spesso però si viene a creare un paradosso in cui tali Insegnanti, invece di ricercare obiettivamente le vere cause della sconfitta di un proprio Atleta (magari nelle tecniche eseguite in maniera poco efficace, nell’uso di una tattica non appropriata, nella scelta di tempo non corretta o anche nell’essersi collettivamente disinteressati allo studio del regolamento della competizione) preferiscono scaricare le loro colpe sull’incompetenza, a loro giudizio, degli Ufficiali di Gara rischiando anche di ottenere, come eventuale risultato, che l’Atleta perda fiducia e rispetto (quindi che si comporti in maniera poco consona) verso coloro che dovrebbero essere lì per giudicare in maniera imparziale. Anche in questo caso dunque, vi è una mancanza di collaborazione: in contesto di gara da parte di tutte le parti in causa e, al di fuori della competizione, c’è una certa disattenzione da parte di alcune entità federali o promozionali nei confronti dell’aggiornamento dei tecnici anche dal punto di vista teorico.

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In un’era moderna dove con il continuo sviluppo delle tecniche di allenamento e di modalità applicative delle stesse, volte al raggiungimento del migliore risultato agonistico possibile, cercate di non rimanere immobili, non importa che voi siate Ufficiali di Gara, Insegnanti, Istruttori, Allenatori, Maestri di più o meno comprovata esperienza o fama, imparate a lasciarvi trasportare dalla corrente dell’innovazione, ma soprattutto a non perdere l’entusiasmo in quello che fate perché il settore sportivo – agonistico delle discipline marziali è sempre in continua evoluzione e di conseguenza con esso anche tutto il settore della formazione. Si può non approvare o non condividere e per questo non scegliere, ma qualche spunto valido anche semplicemente su cosa non ci piace fare lo si trova ovunque, basta conoscere per poter giudicare!

 

 

 

 

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