Archivio mensile:gennaio 2016

Se fai quello che hai sempre fatto, otterrai ciò che hai sempre ottenuto.

Brevi cenni sulla motivazione sportiva e non

 

La motivazione è un’energia interiore che può determinare vari aspetti del nostro comportamento: ha un effetto su come pensiamo, sui nostri sentimenti e sull’interazione con gli altri. Un prerequisito essenziale nello sport per portare gli atleti a raggiungere il loro potenziale è l’alto livello di motivazione. Ad ogni modo, data la sua natura astratta, è molto difficile esprimerla completamente. D’altra parte altri trovano la motivazione un concetto elusivo, che tentano di gestire con difficoltà in eterno.

Ci sono vari approcci allo studio della motivazione. Alcuni sono basati sulla programmazione di rinforzi positivi e negativi (es. il riflesso Pavloviano) mentre altri si concentrano sul senso individuale di destreggiarsi all’interno di una serie di circostanze. Questo articolo analizza la motivazione così come viene interpretata nell’approccio contemporaneo conosciuto come teoria dell’auto-determinazione, che enfatizza il ruolo della scelta individuale.

Differenti tipologie di motivazione.

La teoria dell’autodeterminazione è uno degli approcci più ampiamente sperimentati per la gestione della motivazione nello sport. Questa teoria si basa su una serie di motivi o regolazioni, che variano a seconda del grado di autodeterminazione che riflettono. L’autodeterminazione ha a che fare con il grado in cui i propri atteggiamenti vengono selezionati e autonomamente proposti. Le regolazioni comportamentali possono essere sistemate in un continuum di autodeterminazione. Possiamo semplificare affermando che la motivazione può essere estrinseca o intrinseca.

La demotivazione, invece, rappresenta una mancanza di intenzioni nell’iniziare un determinato comportamento. È accompagnata da sensazioni quali incompetenza e mancanza di connessione fra il comportamento personale e il risultato previsto. Gli atleti demotivati possono dire cose tipo: “non vedo lo scopo del mio allenamento, mi stanco e basta” oppure “non sento più il brivido della competizione”. Tali atleti mostrano un senso di inadeguatezza e sono fortemente a rischio abbandono.

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La motivazione estrinseca viene appunto dall’esterno: le persone, in questo caso gli atleti, sono portati al risultato da fattori esterni quali i premi in denaro, i trofei, lo status.

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La motivazione intrinseca viene, ovviamente dall’interno, è completamente autodeterminata e caratterizzata dall’interesse e dal divertimento che deriva dalla partecipazione allo sport nonché, chiaramente, dalla volontà di essere migliori e migliorare se stessi. Ci sono tre tipi di motivazione intrinseca; quella che ci spinge a sapere, quella che ci spinge a raggiungere un obiettivo e quella che ci spinge a provare stimoli. La motivazione intrinseca va considerata come quella più sana e riflette la motivazione dell’atleta a competere in un’attività semplicemente per la sensazione che si prova nella partecipazione ad essa.

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Il più alto livello di partecipazione è quello che si definisce FLOW.

Il FLOW è uno stato mentale caratterizzato da una completa immersione in un’attività, al punto che nient’altro conta. Nodale nell’ottenimento del FLOW è una situazione in cui si verifica una sinergia perfetta fra la percezione di ciò che viene richiesto da un’attività e la percezione di un’abilità o capacità specifica di un atleta. Durante il FLOW, la coscienza di sé si perde e l’atleta diventa un tutt’uno con la sua attività. Per esempio, un tennista può descrivere come sente la sua racchetta diventare l’estensione del suo braccio mentre è in FLOW.

Una sfida al di sopra delle proprie possibilità o troppo pressante può generare ansia, il che significa che il coach deve assicurarsi che gli atleti puntino ad obiettivi realistici. Al contrario, se gli atleti sono dotati di alte capacità rispetto all’attività in questione e la sfida che viene proposta è di livello relativamente basso può subentrare la noia. L’apatia emerge quando sia la sfida che le capacità sono di basso livello. Per facilitare il FLOW è necessario finalizzare delle sfide che portino gli atleti un pezzettino più avanti di quanto non fossero stati già portati nella sfida precedente.

Aumentare la motivazione è prioritario per poter cambiare atteggiamento, sviluppare una mentalità positiva ed entrare in comportamenti che facilitino il miglioramento della performance. In questo caso l’assistenza del coach è fondamentale: è auspicabile che questi tenda sempre di più a creare un ambiente di lavoro per l’atleta che lo stimoli a prendere decisioni in coscienza, cioè che non gli venga detto cosa fare ma che lo metta al centro di ciò che fa e che lo coinvolga nell’esplorare e trovare le risposte ai problemi che incontra durante gli allenamenti e le competizioni.

Per gli atleti, questa percezione delle loro competenze risulta positiva perché non si sentono minacciati dall’essere additati come “quelli che fanno la cosa sbagliata” poiché non ci sono risposte sbagliate, ogni atleta costruisce le sue conoscenze per uno scenario specifico che poi possono essere utilizzate in future situazioni di gara. D’altro canto la percezione delle loro competenze durante una qualsiasi performance aumenta e il raggiungimento degli obiettivi accresce la motivazione intrinseca e l’autoefficacia.

È chiaro che ciò non si riferisce all’esecuzione di una tecnica specifica, ma alla gestione di sé stessi durante una sfida, aspetto che non va mai sottovalutato e senza il quale tutto ciò che noi facciamo perde assolutamente di valore, sia che lo intendiamo come uno sport, sia che rappresenti per noi un modello di vita in quanto arte marziale.

In entrambi i casi, ciò che ci porta avanti davvero è ciò che viene da dentro di noi: se rimane dov’è ci stiamo sprecando!

 

Fonti: traduzione ed editing dei seguenti articoli consultabili su http://www.believeperform.com: Motivation in sport (Valerie Dennehy), Extrinsic vs Intrinsic Motivation (James Barraclough), Developing intrinsic motivation: the role of the coach (Tom Shields)

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