Archivio mensile:Mag 2014

Il paradosso di Teseo o il paradosso dei Kata? spunti di possibile riflessione.

Al di là della questione metafisica che abbiamo posto nel precedente articolo, se noi volessimo tentare di risolvere in ambito tecnico la questione del paradosso di Teseo come potremmo fare?

Ci sono probabilmente infiniti modi di trovare una soluzione, ma prima di tutto bisognerebbe individuare cosa esattamente identifica il karate, non tanto come arte marziale in sé, ma cosa distingue uno stile dall’altro o un praticante dall’altro.

La peculiarità del karate è data  dalle caratteristiche di scuola, ancor più che di stile, possiamo quasi sicuramente affermare dunque che sono i Kata a fare la differenza. In essi risiedono le caratteristiche stilistiche che ad un immediato impatto visivo possono essere riconosciute anche nella variante più sportiva (eseguita chiaramente da praticanti e atleti capaci) che si possa immaginare: postura, respirazione, esecuzione delle tecniche, movimento dei piedi e del corpo nello spazio. Mani prettamente aperte, mani prettamente chiuse.

Dunque se volessimo riflettere sull’argomento e poi “smontare” il Paradosso di Teseo in chiave tecnica forse potremmo cominciare da qui.

Una delle possibilità sarebbe utilizzare l’opera di un altro filosofo, Aristotele, il quale affermava che ci sono sempre 4 cause o ragioni attraverso le quali è possibile analizzare qualcosa. Tali cause, correttamente analizzate, possono portare alla soluzione del paradosso (ma anche di molto altro). Queste si dividono in Causa Formale, Causa Materiale, Causa Finale e Causa Efficiente. Lui ci ha risolto il paradosso di Teseo, noi proveremo anzi a risolverci quello che da adesso chiameremo il Paradosso dei Kata.

Causa Formale: come suggerisce il nome, è la forma propria di qualsiasi cosa, nel caso di Teseo è la nave, che è sempre a forma di nave appunto, mentre nel caso dei kata, nell’esecuzione “moderna” sicuramente il “design” è cambiato, sia nell’esecuzione agonistica sia nell’esecuzione di stile, basta confrontare foto o video. La differenza dei movimenti e anche della preparazione e costituzione fisica di base di chi li esegue è diversa. Il discorso va ben oltre lo stile: l’educazione (e anche la diseducazione) al movimento è cambiata, con questo i conti vanno fatti.

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Causa Materiale: è la materia di cui è fatto l’oggetto che si vuole analizzare, nel caso di Teseo è il Legno, che è stato sostituito, nel caso dei Kata è il nostro corpo, la nostra anatomia, che si è evoluta come dicevamo prima, ma di base abbiamo sempre 2 gambe e 2 braccia. Quindi, nel caso che a noi interessa, cambiamento parziale.

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Causa Finale: sarebbe lo scopo per cui l’oggetto in questione nasce e viene utilizzato. La nave ovviamente per navigare. Nel caso dei Kata invece l’utilizzo finale è decisamente cambiato. Nati con l’intento di rappresentare il culmine della semplicità in ambito di trasmissione mnemonica di difesa personale o come culmine di una lezione precedentemente appresa, hanno decisamente cambiato destinazione di utilizzo: sportivo, esercizio personale, concentrazione, passaggio di grado, certo, in molti ancora ne studiano il bunkai, cioè l’applicazione, però, nell’era della polvere da sparo e del diritto penale, è ovvio che le arti marziali in tutte le loro applicazioni agiscono soprattutto SULLA TESTA delle persone e SULLA PREVENZIONE, molto meno sulla difesa a mani nude che prevede rottura di arti o altre parti del corpo. In Giappone è stato così, lo è stato anche da noi. Il fine ultimo nudo e crudo di quello che facciamo è cambiato, anche se a noi può sembrare di no, ma nel momento in cui prepariamo un nostro allievo per una gara dicendogli di scendere più in basso nelle posizioni o saltare più in alto per un salto abbiamo accettato comunque un compromesso.

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Causa Efficiente: identifica come e da chi una cosa viene fatta. Nel caso del Kata è fatto dalle persone, diverse per cultura e fisicità, nonché per età e sesso, quindi rispetto al Karate originario decisamente molto è cambiato. Anche il come è decisamente cambiato: è ben probabile che la maggior parte delle tecniche e delle posizioni inserite nei Kata a noi giunti fossero state “testate” dai loro creatori, e che quindi si basassero se non su un contesto pratico di aggressione, quanto meno su un contesto pratico di allenamento. Nella creazione di nuovi Kata, dove spesso si utilizzano anche molte tecniche spettacolari e acrobatiche, ma anche nello studio dei kata classici, dubito fortemente che fra compagni di palestra qualcuno si sia tirato sul serio un calcio volante, ma tanti secondo me non si sono mai nemmeno tirati un maegeri ben portato. 

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Quindi almeno per quel che riguarda i Kata, ma anche il resto, facciamo ancora Karate?

Se teniamo a mente che:

A-    Il Karate è un’arte marziale fatta dagli uomini

B-    L’unico fattore che rimane sempre costante è il cambiamento

Allora sì, lo facciamo, adattandoci al tempo che cambia, come è stato ed è per la Lingua che parliamo, per la tecnologia che usiamo, per le mode che seguiamo.

In termini filosofici il paradosso non può essere effettivamente risolto perché le accezioni che possiamo dare di stesso e uguale cambiano, quindi sono plausibili risposte diverse, a seconda di come il concetto di IDENTITA’ viene relazionato all’entità fisica cui appartiene.

David Wiggins afferma che non ci sono principi di identità validi universalmente, ma che dipendono dalla funzione che viene associata al qualcosa in oggetto.

Tutto muta con l’esperienza, pur rimanendo confinata nel nostro Ego.

Forse l’unica cosa che conta è che l’Ego non prenda mai il sopravvento.

 

Fonti: Karate by Jesse, Pinocchio nel paese dei paradossi: viaggio fra le contraddizioni della logica di A.P. Aprosio (Sironi Editore)

 

 

 

Teseo e le arti marziali: sei sempre lo stesso se cambi completamente? Parte 1

“Il vascello sul quale Teseo si era imbarcato con gli altri giovani guerrieri, e che egli riportò trionfalmente ad Atene, era una galera a trenta remi, che gli Ateniesi conservarono fino ai tempi di Demetrio di Falera. Costoro ne asportarono i vecchi pezzi, via via che questi si deterioravano, e li sostituirono con dei pezzi nuovi che fissarono saldamente all’antica struttura, finché non rimase neppure un chiodo o una trave della nave originaria. Anche i filosofi, discutendo dei loro sofismi, citano questa nave come esempio di dubbio, e gli uni sostengono che si tratti sempre dello stesso vascello, gli altri che sia un vascello differente”.

Plutarco, Vita di Teseo, 2.2

 

nave teseo

 

Saresti lo stesso se ogni anno qualcosa di te cambiasse? Occhi diversi dai tuoi penserebbero che sei lo stesso se alla tua antica struttura si aggiungesse dell’altro, se piccoli o grandi cambiamenti pian piano si sovrapponessero alla tua “natura originaria?”.

È il succo del Paradosso di Teseo, tanto amato dai filosofi antichi e moderni, a porci questa domanda.

Ed è esattamente la stessa domanda che ci poniamo tutti noi la mattina davanti allo specchio quando il nostro volto ci appare diverso o ogni volta che qualcuno a noi caro ci guarda negli occhi e ci dice che non ci riconosce più.

Cosa c’entra questo col karate e le arti marziali chiederete?

Molto, moltissimo, perché il karate e le arti marziali in genere, non sono uno sport, ma una vera e propria filosofia di vita, nemmeno tanto distante da quella occidentale a ben vedere, che può aiutarci a riflettere su tanti aspetti delle nostre giornate.

Lo stesso paradosso infatti è stato brillantemente accolto e risolto in Giappone dagli Shintoisti: uno dei templi più importanti del Giappone infatti, quello di ISE, viene completamente ricostruito ogni venti anni, e sempre interamente in legno, con un disegno a pianta identica al precedente, accanto a quello vecchio, che poi viene distrutto. Questa pratica si risolve con una vera e propria cerimonia, che prende il nome di “Shikinen Sengu” e serve a ricordare che tutto muore e risorge, come il tempio, che viene considerato originale ma rinato (o in quanto rinato).

shikinen_sengu_2

Dunque come si applica al karate?

In molti modi:

 

1-    Tecnico: si inizia spesso a praticare per l’aspetto sportivo e ci si ritrova a disquisire di rotazione del piede e più fattiva applicazione di un bunkai, non c’è niente di sbagliato in voi, avete solo scelto una strada diversa ma non per questo meno onorevole della prima.

2-    Personale: dopo un mese di palestra sbattete i pugni sul tavolo e dite “no! Questo non va!” mentre prima eravate soliti mantenere un atteggiamento più accomodante? Niente paura, le arti marziali possono farlo questo effetto. Non c’è niente di sbagliato in voi. Avete semplicemente cominciato a vedere le cose sotto un’altra prospettiva che è probabilmente quello di cui avevate bisogno.

3-    Tecnico B: ci si rende conto che oltre ad apprendere si desidera insegnare e seguire una propria strada. Qui il discorso può farsi complesso perché intraprendere una strada personale è sempre un momento delicato, ma quello che non va dimenticato è che oltre a dover avere una preparazione tecnica di buon livello non c’è niente di male a fare due cose insieme, che sarebbero seguire l’esempio marziale del proprio maestro disegnando però un percorso proprio.

 

Forse proprio quest’ultimo è l’esempio più calzante perché più degli altri ci mette a confronto con altri fattori oltre che con quello personale e cioè con il problema dell’IDENTITA’, che nell’ambiente delle arti marziali è un concetto da prendere con le molle, e quindi è lecito considerare che “Se l’identità di un individuo è data dalle parti che lo compongono, si può ancora parlare di stessa identità se tali parti vengono sostituite?”

Ciò che fonda l’identità è la condivisione di qualcosa da parte di esseri umani. L’identità è un’idea condivisa. Questa condivisione non è scontata. Inoltre, una cultura è composta, in ogni caso, pure da apporti esterni: la nave dovrà ricevere continuamente tavole e travi nuove, se vorrà restare a galla. Altrimenti, affonderà. E l’eventuale nave ricostruita con le parti antiche non potrà comunque, più prendere il mare. Al massimo, potrà finire in un museo o in un santuario.

Qual è dunque la “soluzione” del paradosso di Teseo?

Dal punto di vista personale la soluzione può essere rappresentata da un confronto basato ovviamente sul reciproco rispetto di concetti diversi e sul superamento di limiti che sono soprattutto propri, che sono quelli che individualmente ognuno di noi cerca di spostare sempre un pochino più avanti ogni volta che si trova sul tatami, da solo o coadiuvato da un Maestro. Ciò che si pone come causa irrinunciabile è ad ogni modo il desiderio di costruzione di un’identità, di una forma, ma anche di un posto personale all’interno di una costruzione che deve essere più ampia per far sì che la nave prenda il mare. Solo in questo modo si può generare una reciprocità costruttiva, che fa bene sia all’individuo che si allena e si sente incentivato, sia al gruppo o in generale al meccanismo di cui fa parte, che si trova arricchito, se poi ci si senta snaturati e cambiati oppure nonostante il cambiamento ci si consideri ancora portatori delle caratteristiche che ci sono proprie, oppure che ci si consideri cambiati e di ciò si sia contenti, questo sta ad ognuno di noi.

 

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Dal punto di vista dell’identità di stile e di scuola invece il discorso è più complesso e per questo vi rimandiamo alla prossima settimana con un nostro spunto!!

Buon weekend, allenatevi e….riflettete!

 

Fonti: Karate by Jesse, Treccani, Laboratorio di Filosofia B. e C.

 

 

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